Blast from the Past! (“Enya”)

La nostra storia ha inizio nel lontano 1997. All’epoca il giovane protagonista non aveva  ancora le idee chiare su quali fossero i suoi generi musicali preferiti ma spaziava tra artisti diversissimi fra loro. Tra gli ascolti prediletti c’era un “best of” di una rinomata cantautrice di origine irlandese: con suo grande stupore in quella raccolta era riuscito a trovare molte melodie dimenticate, frammenti di un’infanzia che credeva perduti per sempre.

“20 anni dopo”

In uno dei consueti giri tra i meandri del web oscuro ed illegalissimo entro in contatto con una digitalizzazione di un vecchio singolo di Enya, la famosissima “Orinoco Flow”. Tanto basta per riaccendere quella fiamma a lungo sopita, una antica passione per quella musica senza tempo ed una voce tanto angelica quanto ineffabile.
La domanda consueta che ritorna ogni volta che mi vien voglia di fare un recupero del genere è: “ma così non rischi di rovinarti un bel ricordo?”. Beh, stavolta ho deciso che ne sarebbe valsa la pena e che una pausa dai miei ascolti preferiti fosse decisamente giustificata.

– Enya (The Celts)

Il primo disco (furbescamente ristampato, rimasterizzato e rinominato dopo il successo della doppietta Watermark/Sheperd Moons) è a mio parere abbastanza lontano dallo stile successivo di Enya. Il connubio tra sintetizzatore e atmosfere di ispirazione celtica è riuscito e crea una “magia” che nei dischi successivi andrà a mancare. Non mancano i pezzi famosi come l’omonima “The Celts” o quel piccolo capolavoro di
“Boadicea”, ma è nell’insieme che questo disco riesce a farsi valere. Consigliato sopratutto a chi odia Enya: se neanche questo disco riesce a piacervi c’è ben poca speranza che gli altri riescano a suscitare il vostro interesse.

– Watermark

Il disco del successo internazionale, della hit che molti hanno imparato a detestare. Il disco su cui Enya modellerà praticamente tutte le sue uscite successive, dalla struttura delle tracce al sound nel suo complesso.
Tecnicamente perfetto, un disco da ascoltare almeno una volta nella vita.

– Sheperd Moons

Da molti viene definito come “la brutta copia di Watermark” ma strano a dirsi è anche il disco di Enya che preferisco. Svariate hit che conoscono anche i sassi ed un tocco di ritmo in più rispetto al predecessore sono gli ingredienti della consacrazione definitiva di Enya. Must have per tutti gli amanti del genere.

– The Memory Of Trees

Il passaggio a questo disco segna il definitivo dilatarsi dei tempi di composizione: dai due/tre anni dei primi tre ai quattro/cinque che mediamente segneranno la seconda parte della sua discografia. Il suono si è fatto più morbido e il senso di meraviglia è in parte sparito. Ciononostante anche questo disco riesce a lasciare il segno e a regalare qualche perla indimenticabile. A mio parere (con l’aggiunta del singolo “Only If…”) la discografia
di Enya potrebbe tranquillamente chiudersi qui.

– A Day Without Rain

Se pensavate che Enya non potesse addolcire ulteriormente le sue canzoni vi sbagliavate di grosso. Certo, non mancano episodi sopra la media come “Only Time” o “Wild Child” ma l’estrema pacatezza rischia davvero di essere soporifera. Ed il consueto canovaccio “modello Watermark” non è di aiuto.

– Amarantine

L’impressione che ho avuto ascoltando questo disco è che Enya volesse invertire la tendenza del disco precedente ma non ci sia riuscita del tutto. “The River Sings” fa quasi gridare al miracolo e gli esperimenti linguistici delle tracce in Loxian destano il mio interesse. Da riascoltare.

– And Winter Came…

Potrei dirvi due parole per convincervi a non ascoltare mai questo disco e sono relativamente certo che mi dareste ascolto: “Disco Natalizio”. Ora so benissimo che è pieno di persone che sentono il bisogno per un mese l’anno di ascoltare le consuete canzoni natalizie così come ci sono quelli come me che al primo attacco di “We wish you a merry Christmas” vorrebbero turarsi le orecchie. Enya tutto sommato non sforna nè un disco di
cover (tolta la versione in gaelico di “Silent Night”) ma neanche un disco strettamente natalizio.
In questa strana commistione nè carne nè pesce c’è spazio per qualche pezzo piacevole ma tutto sommato resta un disco assolutamente dimenticabile.

– Dark Sky Island

Dopo sette anni di attesa Enya ritorna e ci propone il consueto disco. E’ un disco piacevole che non toglie e non aggiunge nulla a quanto detto in anni di carriera. Non ha particolari difetti ma non è neanche memorabile. Forse merita un ascolto ulteriore, forse no. Chi può dirci se la storia di Enya finisce qui? Solo il tempo.

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Informazioni su Fabio

Studente universitario (pessimo), scrittore a tempo perso, fine estimatore di libri e musica (ma anche no), nippomane.
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