What’s going on here? (terzo episodio)

“Azione! Colpi di scena! Videogiochi! Se cercate tutto questo probabilmente avete sbagliato racconto… in caso contrario ecco a voi il nuovo imperdibile episodio di What’s going on here?

    Raggiunto il livello 30 mi buttai a capofitto sulle partite classificate. Le persone conosciute all’interno del gioco non facevano altro che ripetermi quanto fossero differenti dalle partite normali, dato che nelle classificate si competeva per migliorare la propria posizione. Il primo impatto fu abbastanza deludente e faticai a trovare differenze evidenti. Certo, i giocatori prendevano ogni cosa più seriamente ma il livello tecnico non era affatto elevato come pensavo.
     Terminate le partite di piazzamento con un modesto Argento IV ero convinto di poter migliorare senza troppi sforzi. D’altronde tutte quelle ore passate ad allenarmi e guardando stream di pro-players mi ponevano al di sopra del giocatore medio, giusto? Quanto mi sbagliavo…
     La scintilla che fece scoppiare la polveriera fu l’incontro con un giocatore (sulla carta del mio stesso livello) in grado di distruggere tutte le mie certezze. A nulla valse la mia abilità nel farmare o nel mantenere una posizione difensiva: lui era in grado di sfruttare ogni mio minimo errore a suo vantaggio. Nel giro di 10 minuti la mia partita poteva dirsi praticamente finita.
    Qualche istante dopo l’inevitabile resa al minuto 20 provo a contattarlo per capire il motivo di una sconfitta così evidente, ma lui dopo avermi schernito decide di mostrarmi il suo profilo principale, dicendomi che dopotutto non era di livello tanto superiore al mio.
    La notizia mi sconvolse a tal punto che giocai le successive classificate in preda ad una rabbia che non avevo mai provato prima. Vincere era diventata un’ossessione e la chat uno strumento per insultare compagni ed avversari. Solo quando arrivò la notifica che alcune persone si erano lamentate del mio comportamento tornai con i piedi per terra. Non era affatto un mistero che si potesse rischiare il ban per un comportamento come il mio ed il pensiero di dover ricominciare da capo mi fece desistere da ogni altro eccesso verbale.
     Entrai in una sorta di limbo dove per quanto mi sforzassi non riuscivo a migliorare la mia posizione e la rabbia che provavo giocando non faceva altro che crescere senza che potessi farci niente. Un giorno, a seguito di una delle tante partite perse per colpa di un troll (un giocatore che si divertiva nel perdere intenzionalmente) diedi un pugno contro un muro: fortunatamente non mi feci nulla, ma il danno fatto al cartongesso mi fece rinsavire. Dovevo darci assolutamente un taglio e lasciar perdere quel maledetto gioco.
    Il giorno seguente uscii per farmi una passeggiata. Era da un po’ che non lo facevo e, nonostante il clima non fosse dei migliori il mio umore migliorò notevolmente. A pochi metri da casa incrociai una vecchia conoscenza:

“Allora, che fine avevi fatto? Sono mesi che non ti vedo uscire di casa…”
“Eh, è una storia lunga… comunque d’ora in poi mi vedrai un po’ più spesso”
“Ti andrebbe un caffé?”
“Va bene…”

    Accettai l’offerta di Lucrezia senza pensarci, ma quando misi piede in casa sua venni preso da un forte senso di nostalgia. Quanti anni erano passati dall’ultima volta? Sette, otto? Con fatica ricollegai la situazione attuale con quella di allora… e da qualunque punto di vista guardassi la cosa ebbi l’impressione che in quella casa il tempo non fosse mai passato. Gli unici ad essere cambiati eravamo noi due.

“Ricordami perché ti ho invitato”
“Perché sei una curiosa inguaribile ed adori farti gli affari degli altri”
“Ah, già. Allora perché non inizi a raccontarmi perché sei rimasto chiuso in casa tutto questo tempo?”

     Il suo inconfondibile sguardo da streghetta era rimasto esattamente lo stesso. Era inutile pensare di inventarsi una scusa o cercare di nasconderle qualcosa. Se c’era una cosa che quella ragazza capiva al volo erano le bugie… potevo guadagnare tempo prendendo il discorso alla larga sperando che si stancasse o decidesse di avere di meglio da fare. Fu così che decisi di raccontarle la mia passione per i videogiochi, la mia esperienza col lavoro e le vicissitudini passate per assemblare il mio pc.

“Ci sarebbe poi un altro discorso ma penso si sia fatto tardi…”
“Devi andare via? Proprio ora che le cose si stavano facendo interessanti…”
“No, non devo andar via”
“E allora perché non continui?”

     Il mio brillante piano era fallito miseramente. E così, con un po’ di reticenza le raccontai di quel gioco che tanto mi aveva coinvolto.

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Informazioni su Fabio

Studente universitario (pessimo), scrittore a tempo perso, fine estimatore di libri e musica (ma anche no), nippomane.
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