You can’t always get what you want

In questo modesto articolo cercherò di parlarvi di una serie che mi ha accompagnato sin dai remoti tempi della “Cattività”: la serie in questione è House, M.D.
Non sono un appassionato di serie televisive, ma House è riuscito a catturarmi fin dalle prime puntate (quelle che la sesta rete mandò in ordine pseudorandomico nell’estate del 2005): l’alchimia tra personaggi perfetti, sceneggiature articolate e riflessioni medico/etico/filosofiche è un qualcosa che non si può descrivere a parole (ma credo che ognuno di voi abbia visto almeno una puntata 🙂 ).
Come molte altre serie televisive House ha dato il meglio di sé nelle prime stagioni (nello specifico le prime quattro). La serie è in calando fino alla settima stagione che è a mio parere la peggiore. L’ottava segna una risalita che si concluderà con un ottimo finale, degna conclusione degli eventi narrati.

Nel seguito riporterò brevi impressioni sulle varie stagioni. Per chi non avesse visto la serie, avverto che potrebbero essere presenti degli spoiler.

1a stagione
Gli ingredienti di ogni altra stagione sono presenti: il passato di House (nel memorabile episodio 21), i suoi problemi di dipendenza, il rapporto con gli altri. Il finale di stagione introduce il primo dei cambiamenti significativi della vita di House.
2a stagione
La stagione “classica” di House: l’arco con Stacy, episodi significativi per i membri del team ed alcuni tra i casi più belli dell’intera serie. Il finale di stagione è un capolavoro eguagliato solo dal finale della quarta stagione.
3a stagione
Presi singolarmente, i casi di questa stagione sono tra i migliori mai scritti, ma la storyline che li lega non è perfetta. L’arco con Tritter spezza il ritmo della narrazione e spreca una tematica che poteva essere trattata decisamente meglio. Il finale è un po’ sottotono ma foriero di cambiamenti.
4a stagione
L’ultima stagione di House ai massimi livelli. Non sapremo mai se ha giovato dello sciopero degli sceneggiatori o se poteva essere migliore, ma la struttura degli episodi è semplicemente perfetta. Il “reality” messo in piedi da House è il fulcro di una stagione che culminerà in un finale maestoso ed inaspettato.
5a stagione
Stagione di alti e bassi: memorabile l’arco dedicato a Wilson, un po’ meno quello di Tredici. Qualche scelta di narrazione controversa ed alcuni casi sottotono vengono bilanciati da un finale di stagione significativo, sintomo di un aumento della drammaticità della serie.
6a stagione
L’inizio è un piccolo capolavoro: il doppio episodio ambientato nell’ospedale psichiatrico ed il personaggio di Nolan rasentano la perfezione. Nel seguito la storyline prende una direzione volta all’eccesso e lontana dall’equilibrio delle stagioni precedenti.
7a stagione
Gli eccessi della sesta stagione sembrano lontani: House è un uomo diverso, finalmente felice. Dopo aver giocato la carta della storia d’amore la narrazione si sposta sugli inevitabili conflitti della coppia ed ogni situazione, anche la più banale, viene fatta apparire come irragionevolmente complicata. La seconda parte della serie la ricorderò come la più insulsa sequela di episodi sconnessi e privi di un senso. Il finale è idiota ed incomprensibile.
8a stagione
Senza alcuna pretesa, l’ultima stagione ricorda per molti versi la prima: casi semplici, sviluppo lineare dei personaggi e sopratutto nessuno degli eccessi della stagione passata. La parte finale è in netta risalita, in linea con le migliori stagioni di House. La vicenda di Wilson è narrata in modo magistrale, nonostante alcuni aspetti siano discutibili. L’ultima puntata chiude degnamente la serie, lasciando poco spazio ad eventuali seguiti.

Nel complesso è stata una visione piacevole ed emozionante. Hugh Laurie regge da solo intere puntate, ma per la maggior parte della serie è coadiuvato da ottimi comprimari. Un po’ mi spiace per la settima stagione, ma nel complesso la narrazione regge dall’inizio alla fine.
E’ stato un lungo viaggio, ma ne è valsa la pena 🙂

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Informazioni su Fabio

Studente universitario (pessimo), scrittore a tempo perso, fine estimatore di libri e musica (ma anche no), nippomane.
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