Il Sogno di un Otaku

Qualche anno fa avevo scritto una sorta di “manifesto” circa la mia passione per l’animazione nipponica e/o quanto avesse a che fare col Giappone. Ora, con molta tristezza ma con l’augurio che gli amici giapponesi sappiano superare questo brutto momento, dedico loro questo testo… non me ne vogliano male se non è niente di che.

Il Sogno di un Otaku (おたくの夢)

Se chiedete a qualcuno cosa pensi del Giappone, avrete occasione di confermare molte delle vostre paure: i giapponesi esistono, guardano anime e mangiano tonnellate di sushi. Difficilmente sentirete discorsi riguardanti la presunta superiorità delle bacchette come strumento per mangiare, né elogi della complessa scrittura ideografica: queste sono cose da otaku.

I termini tecnici, come per tutte le questioni che richiedano un certo approfondimento pseudoscientifico, sono legati strettamente alle condizioni in cui operano gli addetti ai lavori. Così, mentre noi cerchiamo invano di capire la differenza tra sushi e sashimi, i nostri interlocutori ci parlano di traslitterazioni, di intraducibilità intrinseche dovute alla cultura giapponese, della scarsa apertura mentale di coloro che adattano gli anime.
Da bambino mi chiedevo sempre dove fossero ambientate le avventure dei miei personaggi animati preferiti; da bambino mi riusciva difficile seguire il corso di alcune storie animate che mi venivano proposte. Forse non avrei mai colto le allusioni rivolte al pubblico adolescenziale, così come il significato di quelle scritte fatte da un popolo alieno. Ma da bambino non ero un otaku.

一 (ichi)

Mi chiamo Fabio, e sono un personaggio di fantasia. Il mio creatore si chiama come me, pensa come me e, soprattutto, esiste. La distinzione sottile tra un racconto autobiografico e un racconto che abbia un punto di vista coincidente con quello del suo autore può essere molto sottile.

“E infatti i miei lettori me lo fanno sempre notare”

Non ho un età ben definita: a scelta del mio creatore posso essere un sedicenne, un ventenne, un bambino (che vuol dire tutto e niente) o un opinabile trentenne in un futuro imprecisato.
Ho una conoscenza parziale degli eventi: ad esempio, non posso dirvi cosa succederà domani, né quello che è successo ieri, e neanche cosa sta succedendo ora.

“Queste risposte sono in mano al lettore”

Sono consapevole che a nessuno interessi il potere di cui dispone un personaggio così strettamente legato al suo creatore, ma visto il successo di analoghi personaggi “trascendenti”, il mio creatore ha deciso di provare ad elevarmi al di sopra dell’abisso in cui ero nato.
Ai vostri occhi apparirò come il mio creatore, se lo conoscete. In caso contrario, pensate a me come ad una delle tante persone che incontrate in una giornata qualunque, uno di quegli innumerevoli volti che vedete solo per qualche istante, subito dimenticato. Uno qualunque.
Ecco. Ora dovreste essere certi di non avere neppure una vaga idea di dove questo testo andrà a parare.
Vorreste interrompere la lettura, vero? Eppure il titolo doveva significare qualcosa, doveva portare ad un qualche tipo di sviluppo…
Infatti è così. Non era una vostra fantasia. Gli otaku esistono davvero, e sognano anche.

二 (ni)

Ero adolescente quando imparai cosa significasse la parola “anime”. Allora non c’era wikipedia, e nessuno mi aveva mai detto che esistesse un termine così conciso e immediato per dire “animazione giapponese”.
Eppure, anche senza questa consapevolezza, avevo ugualmente una fascinazione per alcuni anime che in seguito scoprii essere famosi e apprezzati. Come molti di voi conservo un buon ricordo di “Saint Seiya”, “Captain Tsubasa” e “Slayers”. Ma qui probabilmente non pochi di voi si chiederanno di cosa stia parlando.
E’ giusto che sia così: è la selezione naturale che porterà quelli che non sanno su wikipedia o su google. O a non sapere. O a non continuare la lettura.

“Non è forse autolesionista che io proponga ai lettori di smettere di leggere? Ai posteri l’ardua sentenza…”

Ora immagino i vostri volti stupiti una volta scoperto l’arcano… o la vostra noia di fronte a qualcosa che già sapevate. Anch’io sbadiglierei, se potessi, ma d’altronde sto raccontando la storia e non posso. Comunque, molti dei miei eroi, idoli e sogni erano protagonisti di anime.
Il mio primo impatto consapevole con un anime è velato dietro alle nebbie della memoria, celato dietro una programmazione dal nome evocativo: “Anime Night”.

Per evitarvi la consueta trafila su google, vi ricordo brevemente le caratteristiche che caratterizzarono l’Anime Night: 3 anime, in versione integrale e con adattamenti decenti, in prima serata ogni martedì su Mtv. Per “versione integrale” intendo poche o nulle censure video; per “adattamento decente” traduzioni fedeli al
testo originale, con cambiamenti quasi assenti. Era una rivoluzione. Finalmente apparivano quelle scritte intraducibili dove dovevano esserci (e magari erano anche tradotte), finalmente le trame non venivano stravolte per esigenze discutibili, finalmente le sigle erano quelle originali.
In conclusione, gli anime venivano restituiti al pubblico per cui erano stati creati, nelle forme in cui erano stati creati.

“Per chi si volesse fare del male (o del bene, a seconda dei casi) si consiglia la visione delle voci ‘Kodomo’, ‘Shojo’, ‘Shonen’, ‘Seinen’ e ‘Josei’ sulla solita wikipedia…”

三 (san)

La strada da seguire era stata tracciata, assieme alle inevitabili conseguenze che la passione per gli anime portava nella mia vita. Agli inizi, non avevo ancora la dedizione per seguire anime a cadenza settimanale che potevano avere anche un anno di programmazione. La mia voglia era più legata alla novità appena scoperta che ad una effettiva passione nei confronti del tema. Furono le repliche trasmesse a cadenza giornaliera che mi fecero fare il passo decisivo: quel passo si chiamava “Neon Genesis Evangelion”.
Come pochi di voi sapranno, quest’anime è la svolta stilistica definitiva dell’animazione giapponese degli anni ’90. La trama complessa, i risvolti etico-filosofici ed il finale incomprensibile sono gli ingredienti che, uniti ad un inconsueto lirismo (ma che vuol dire?!) mi hanno fatto innamorare degli anime. Tuttora, quando penso a quei giorni ormai lontani, non posso fare a meno di provare una fortissima nostalgia.

“Eh già, di anni ne sono passati un bel po’… vero Niggle?”

Seguiranno KareKano, alcuni film di Miyazaki e molte altre serie che lascio a voi di scoprire con la dovuta calma e pazienza.

“Chiedete a me! Chiedete a me!”

Agli anime si assoceranno, qualche tempo dopo, anche i primi fumetti, i manga. Sulla parola “manga” si è parlato molto e spesso a sproposito. La definizione di manga è molto semplice: “fumetto giapponese”. Non cartone animato (anime), ma semplicemente fumetto. Come tutti i fumetti, può essere rivolto ad ogni tipologia di pubblico, in perfetta simmetria con quello che potreste aver visto riguardo gli anime.
Manga non vuol dire assolutamente “fumetto erotico giapponese”: anche se in senso largo possono definirsi come tali, i fumetti di quel tipo hanno un nome ben preciso, “hentai”.

“Non cercate mai la parola hentai su google… al massimo vi posso consigliare la solita wikipedia!!”

四 (shi)

Il passo ulteriore della mia storia si chiama “Berserk”. Come qualcuno di voi saprà, Berserk è un manga dai toni epicheggianti ambientato in un’Europa medievale dei tratti gotici e decadenti. E’ un manga con una storia immensa, dove c’è e succede praticamente di tutto. Tuttora in attesa di una degna conclusione, tratta tematiche forti senza alcun tipo di compromesso.

“Lessi i primi tredici volumetti in una notte di dicembre… a pensarci è stato proprio allucinante!”

La differenza sostanziale tra un anime e un manga sta nella diversa profondità che la lettura riesce a dare. Forse si perde qualcosa come coinvolgimento nell’immediato, ma poi si guadagna infinitamente grazie alla possibilità di soffermarsi sulle immagini, sulle parole, sui pensieri che ci sopraggiungono quando leggiamo.
A mio modesto parere, pochi anime sanno ergersi al di sopra del manga da cui sono stati tratti.

“Non chiedetemi di fare nomi…”

Nel frattempo, mentre iniziavo a scoprire questo nuovo mondo, qualcosa stava cambiando. Iniziavano a girare i primi anime scaricabili da internet. Qualche episodio visto a casa di un amico, i primi tentativi di vedere “The End of Evangelion”, le prime canzoni tratte da anime.

“Al tempo scrissi di volere letteralmente ‘tutti gli anime del mondo sul mio pc’…”

Ascoltare le sigle originali non mi bastava più: volevo anche capire le parole, canticchiarle, andare oltre quel minuto e mezzo che ascoltavo quando vedevo uno dei miei anime preferiti…

“In questo caso, ‘Anime Lyrics’ può esservi d’aiuto”

Tuttavia, la strada che stavo percorrendo si interruppe bruscamente: i manga che seguivo assunsero periodicità molto dilazionate nel tempo (non uscivano quasi mai), e nella mia nuova residenza non potevo più vedere Mtv. Anche il mio fornitore di anime smise di offrire il suo servizio. Ero giunto forse al capolinea?

五 (go)

Dopo aver sonnecchiato per qualche anno, la mia passione per il mondo nipponico tornò prepotentemente. In origine c’era la curiosità dietro un nuovo anime “Sugar Sugar Rune”, un anime di maghette con una stupenda vena comica-romantica. Era il primo anime che provavo a scaricare da youtube, e con immenso piacere constatai che qualcuno aveva messo molte puntate. Per sopperire a quelle mancanti, iniziai a vedere le puntate con i sottotitoli.

“Per saperne di più cercare ‘fansub’ sul solito sito…”

Non era il mio primo impatto con un anime in lingua originale, ma sicuramente la cosa segnò la svolta che qualche anno prima sarebbe stata naturale: ora ritrovavo, grazie alle sigle, quegli strani caratteri che avevo dimenticato da tempo, resi meno ostici dalla trascrizione in romanji e dalla traduzione in inglese.
Non riuscivo a capire il perché, ma da lì in poi ogni giorno segnava per me nuove scoperte e mi trascinava in un mondo che mi faceva stare bene…

“Ogni riferimento alla droga è puramente voluto”

Ora ho capito cosa voglia dire traslitterazione: è lo scrivere il giapponese con i caratteri latini. Ora so come scrivono i giapponesi: usano tre diversi sistemi, nello specifico due alfabeti sillabici (usano le sillabe, non le lettere come noi!) e un numero spropositato di caratteri ideografici.

“Per i curiosi, nell’ordine: Hiragana, Katakana e Kanji”

Forse adesso avrete capito cosa voglia dire “otaku”. Quello che spero è che ne abbiate compreso più lo spirito che il significato letterale. Il mio sogno è quello di rendervi per qualche istanti partecipi del mio mondo, della mia passione, della mia venerazione per Haruhi Suzumiya (e magari un giorno capirete anche perché).
Il mio sogno è un po’ come “il sole che splende anche di notte”: una contraddizione solo apparente.
E’ questo il sogno di un otaku.

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Informazioni su Fabio

Studente universitario (pessimo), scrittore a tempo perso, fine estimatore di libri e musica (ma anche no), nippomane.
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2 risposte a Il Sogno di un Otaku

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